
Jamey era un ragazzo di 20 anni, studiava danza
tradizionale ed era rimasto paralizzato agli arti
superiori e inferiori a causa di un gravissimo
incidente stradale.
Dopo un breve ricovero in ospedale, quando i medici
italiani sono andati a visitarlo a casa nel settembre
del 2006 lo hanno trovato in condizioni disastrose a
causa di profonde piaghe da decubito che gli
devastavano tutto il corpo. Era denutrito e pesava
meno di 40 Kg.
Grazie alla generosità degli amici di Rokpa Italia
onlus, siamo riusciti a farlo ricoverare
immediatamente nell’ospedale più vicino, a Xining...
ma non è stato abbastanza... Jamey è morto nei primi
giorni di ottobre.
A noi resta una grande tristezza, ma anche la
consapevolezza di aver fatto tutto quello che
potevamo e di aver creato un legame davvero profondo
con Jamey, la sua famiglia e i suoi amici....
Questa la toccante testimonianza della dott.ssa Maria
Pia Stefani che con Davide Lovato si è presa cura di
Jamey lo scorso settembre.
Jamey, un tempo
danzava …
Un berretto arancione, di lana, due
spalle ossute, tremanti, coperte da una pesante
giacca di pelliccia.. .
La luce che entra dalle finestre alle spalle di Jamey
è attenuata da una tenda opaca..
Dobbiamo adattare lo sguardo alla penombra prima di
mettere a fuoco il corpo di questo Cristo sdraiato,
immobile, paralizzato.
Un velo su di uno strano sostegno di ferro copre il
corpo nudo ad impedire che le numerose mosche si
posino voraci sulle ulcere, sulle croste nere più
grandi dell'immaginabile.
Gli occhi sono semichiusi, il volto pallido,
l'espressione dolente, lontana...
Impreparati a quella vista,impreparati a sopportarla,
impreparati ad aiutare: ci scambiamo impressioni
attonite, a voce alta, la diversità della lingua lo
consente. Jamey parla solo tibetano..
Jamey ha vent'anni.
Torniamo il giorno dopo e dopo ancora. Solleviamo la
tenda, vogliamo più luce.
Togliamo il berretto arancione, quello strano collare
che non giova più a nulla, la giacca.
Il volto di Jamey pur nell'estrema magrezza è bello,
gli zigomi sporgenti, gli occhi allungati, il naso
piccolo, la pelle pallidissima.
Jamey studia danza, no, danzava... fino all'incidente
sulla strada, pochi mesi fa, fino alla frattura della
settima vertebra cervicale, fino alla paralisi...
danzava...
Adesso c'è il non saper fare, il non poter accudire,
forse un po' anche l'aver rinunciato a farlo...
Le mani sapienti di Davide, il nostro infermiere, si
muovono rapide, delicate, precise su quelle ulcere,
sulla pelle infetta: il piccolo bisturi incide ora
rapido, ora lento, ora profondo o superficiale.
Jamey è immobile, solo all'inizio si preoccupa di
quello che stiamo facendo, poi cala il silenzio..
fiducioso? Rassegnato? Indifferente? Non lo sappiamo.
Ci fa l'occhiolino per salutarci alla fine della
prima estenuante, interminabile seduta.
I giorni scorrono rapidi, torniamo con tante garze,
guanti, antibiotici. Lavoriamo in due ai due lati del
corpo di Jamey.
La schiena ci duole e quando ci pare di aver fatto un
bel po' di lavoro ci basta spostare lo sguardo per
scoprire che abbiamo messo solo un piccolo tassello
su un mosaico che sembra enorme, interminabile.
Diamo tante spiegazioni, lasciamo quelle buste di
minestre portate dall'Italia per noi... il cibo
cinese ci spaventava! Ma ora servono a Jamey che non
mangia, forse chissà...
Ogni tanto cantiamo... La voce di Davide è bella,
Jamey ascolta, a volte esce dal suo torpore, i
familiari ci guardano stupiti, sorridono...
La televisione è accesa, ma nessuno la guarda, non il
nostro giovane tibetano che volge ostinatamente,
silenziosamente il volto dall'altra parte. Si
assopisce frequentemente.
Vorremmo aver incontrato Jamey al nostro arrivo e non
gli ultimi giorni di permanenza nell'assurda,
infantile, infondata convinzione che avremmo potuto
fare di più.
Le foto, le riprese con la videocamera.
Le dita sottili di Jamey si sollevano in un saluto
che pare quello di un piccolo ragno in trappola.
Caro amico lontano, una parte di noi è lì con te, il
nostro sguardo vaga sui tetti di Yushu per posarsi
nuovamente sulla tua pallida fronte, per incontrare
di nuovo i tuoi occhi.
Le nostre mani hanno voluto lavare anche il tuo viso,
le spalle tremanti, uniche parti del tuo corpo
integre.
Abbiamo posato un piccolo bacio sulla tua fronte..
cosa avranno pensato i tuoi silenziosi familiari di
questi invadenti, rumorosi italiani?
Vogliamo provare a guarire le tue ferite, quelle del
corpo, se non è troppo tardi”.
Maria Pia
Stefani
Yushu, Tibet orientale – settembre 2006